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SCARICARE RACCONTI ROMANI MORAVIA DA

Posted on Author Faejin Posted in Rete


    Scarica gratuitamente gli audio libri di tre importanti opere di ALBERTO MORAVIA: Gli indifferenti letto da Toni Servillo La provinciale letto da Maria Zampa, nel collaborerà alla sceneggiatura di Racconti romani di Gianni Franciolini. I Racconti romani di Alberto Moravia si riallacciano a una tradizione iniziata dal Belli con la sua opera monumentale e poi continuata da poeti e narratori romani . RAlberto Moravia RACCONTI ROMANI Collana: Tascabili Bompiani Editore: Il biondo, a quelle risate, raggrinzava il naso sotto gli occhiali neri da sole, ma non Pensai che ero capitato proprio nel luogo dove vanno a scaricare tutte le. Racconti romani è un eBook di Moravia, Alberto pubblicato da Bompiani nella collana Tascabili narrativa - Bompiani a Il file è in formato PDF con DRM.

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    Shelves: italia , classici-italiani Questi bei racconti di Moravia si sono rivelati,per me che non amo i racconti,una bella sorpresa. E davvero,come le ciliege uno tira l'altro! Tutte storie brevi brevi,narrate in prima persona da personaggi che provengono dal sottoproletariato e dalla piccola borghesia romana,che vivono un po' tutti di espedienti e si arrangiano come possono in modi spesso poco leciti.

    Ma Moravia ce li descrive,fa in modo che essi ci si presentino,sempre con sincerità,coi loro pregi e i loro difetti,senza esprimere Questi bei racconti di Moravia si sono rivelati,per me che non amo i racconti,una bella sorpresa. Ma Moravia ce li descrive,fa in modo che essi ci si presentino,sempre con sincerità,coi loro pregi e i loro difetti,senza esprimere giudizi sui loro comportamenti e lasciando a noi lettori tale compito. Questo libro mi ha riportato a Pasolini,ai suoi "Ragazzi di vita",anche se in Moravia l'uso del dialetto romanesco è molto relativo e limitato al "modo di dire",e il popolo delle borgate appare un po' più ripulito rispetto a quello crudo e feroce descritto da Pasolini.

    Un consiglio?

    Ma che l'avesse fatto Stefanini, uno scrittore, un poeta, un giornalista, [] uno che aveva letto tanti libri e sapeva persino il francese, questa mi pareva grossa. E che diavolo, quando ci si chiama Stefanini, certe cose non si fanno" S'innalza l'altro personaggio per tentar d'ingoiare meglio lo scacco subito.

    Nell'ottica delusa e indignata del "poveraccio" protagonista le connotazioni alte dell'altro poveraccio ritornano senza più limitazioni, e crescono di numero e di valore: Stefanini è anche uno che ha letto molti libri, e che sa perfino il francese. Ed è uomo di fama, riconoscibile subito, al solo pronunciarne il nome: "quando ci si chiama Stefanini"! Assai umorosamente, il gusto per la connotazione non insistita, ma precisa, acuta, calzante e sapientemente mutevole, appunto , rende la pagina densa, viva.

    E', in fondo, il gusto, quasi propriamente materiale, per la parola. Ne è spia godibilissima il susseguirsi di battute parzialmente a equivoco tra l'avvocato e il protagonista intorno alla parola "mamma" Che all'avvocato è antipatica, e gli è antipatica "supremamente antipatica" forse proprio "perché ci sono tante emme" Nel dialogo fitto e inatteso, l'insensato, l'assurdo, si fa razionale.

    Possiedi già una Carta?

    La lucidità, il controllo assoluto della scrittura consentono al racconto di muoversi secondo gli umori e le strutture linguistico-stilistiche dell'uno o dell'altro momento, e, insieme, di mantenere un tono disinvoltamente distaccato.

    Sono alcuni tra i modi e gli esiti di quel raffinato e complesso - eppure all'apparenza semplicissimo - rapporto tra soggettività e oggettività cui prima accennavo. Questo senso materiale, pieno, concreto della parola si avverte di continuo nei Racconti.

    Il pensatore è, su questa linea, veramente esemplare. Il protagonista-narratore fa il cameriere, e si caratterizza proprio per il suo avere "una faccia da cameriere" E' un vero cameriere: "mai una parola di troppo" Fa quello che gli viene chiesto, nella sua testa echeggiano spaghetti e zuppa inglese, niente di più o di diverso. Per un anno intero non pensa a niente: è cameriere, fa il cameriere, e basta.

    Poi, all'improvviso, comincia come a disgelarsi: formula pensieri semplici, qualche modesta e fin ovvia osservazione mentale - magari un po irriguardosa - sui clienti. Comincia a fare una cosa e pensarne un'altra. Comincia, insomma, pure assai prudentemente, a parlare. E le parole, arriva il momento che non si riesce più a trattenerle davvero.

    L'io percepisce con sorpresa il suo stesso parlare. Le parole escono quasi senza che il soggetto parlante se ne accorga, senza che possa far nulla per trattenerle. Il cameriere perfetto si trova, quasi inaspettatamente, a parlare: "le labbra mi si muovevano mio malgrado, senza che potessi impedirlo" Cacciato dal ristorante, incontra una guardia, che lo vede parlare da solo e lo ferma. E la solita parola, la stessa che l'aveva fatto cacciare dal ristorante, gli esce di bocca: "avrei voluto riacchiapparla, come una farfalla che scappa fuori dal berretto.

    Niente di "poetico", beninteso: la scrittura moraviana sa rifuggire sempre da livelli anche solo potenziali di lirismo. E' come una farfalla, quella parola, "che scappa via dal berretto": comparazione che slitta nel banale, nel consueto, nella mediocre prosasticità, anche dei lemmi con cui si chiude.

    Arrestato, condannato, e poi uscito di prigione, l'io si accorge che la testa gli si è di nuovo congelata: è ridiventata una testa vuota, che fedelmente registra quanto soprattutto di sgradevole - deve stare a sentire.

    Non ci sono commenti, il racconto si chiude su se stesso col personaggio-protagonista-narratore che, sulla battuta cattiva che gli rivolge un automobilista, riconosce d'essere tornato al livello iniziale.

    Il racconto è, con tutta evidenza, assai bene in sé conchiuso, anche e proprio nel rapporto stretto che s'instaura tra il suo inizio e la sua fine.

    La vicenda, pure nei suoi spunti quasi surreali, ha una sua rigorosa compiutezza. La narrazione è godibile in sé, nel rigore dei suoi svolgimenti interni.

    Eppure, si esce dalla lettura di un racconto come questo con una sorta di disagio addosso. Rimane, vorrei dire, l'inquietudine della parola, delle sue potenzialità. S'incrinano le certezze dei livelli di comunicazione. S'insinua il dubbio sui valori reali del concetto di libertà.

    Racconti romani. E-book. Formato PDF

    Che la metaforica cinepresa di cui prima parlavo la porti a spalla un personaggio sempre d'estrazione popolare o al massimo piccolo-borghese, o con aspirazione a diventarlo garantisce una conduzione disincantata della narrazione. Non ci sono impennate improvvise, gli eventi narrati tendono a equivalersi. Ladri in chiesa racconta, per bocca del paterfamilias, la vicenda di una famigliola poverissima. Vivono in una grotta sotto Monte Mario, marito moglie tre figli.

    Il racconto si apre con un ampio segmento 6 comparativo: ". Che fa il lupo quando la lupa e i lupetti hanno fame e stanno a pancia vuota, lamentandosi e bisticciandosi tra loro, che fa il lupo? Io dico che il lupo esce dalla tana e va in cerca di roba da mangiare e magari, dalla disperazione, scende al paese ed entra in una casa.

    E i contadini che l'ammazzano hanno ragione di ammazzarlo; ma anche lui ha ragione di entrare in casa loro e di morderli.

    Quell'inverno io ero come il lupo Tutto è tremendamente naturale: anche la scrittura, che si articola in una estrema semplicità di strutture sintattiche. E anche l'inattesa conclusione epigrammatica appare, in un tale contesto, pienamente naturale: dalla ragione nasce la morte. E', ovviamente, una semplicità costruitissima. Si veda l'insistenza cantilenante delle ripetizioni e riprese "che fa il lupo" "che fa il lupo"; "l'ammazzano" "ammazzarlo"; e il "lupo" stesso, e la "ragione", che compaiono tre volte nel breve spazio di quattro periodi ; si vedano le continue simmetrie interne, per cui i verbi vanno sempre in coppia e generano continui parallelismi "hanno fame e stanno a pancia vuota"; "lamentandosi e bisticciandosi"; "esce dalla tana e va in cerca"; "scende al paese ed entra"; "entrare E si osservi l'accortissimo chiasmo che bilancia sapientemente i termini fondamentali, etici, della questione: "tutti hanno ragione e il torto non ce l'ha nessuno"; e la violenta contraddizione in termini, "nasce la morte", con cui viene sigillata la scena bestiale che fa da sfondo semanticamente tanto prossimo a quella umana.

    Il tutto a rendere un tono di parlato che, con naturalezza, introduca il rapporto avvertito come assolutamente naturale tra exemplum del mondo dei lupi e condizione del protagonista e della sua famiglia.

    Per sfamare la famiglia "dar da mangiare agli affamati" marito e moglie decidono di nascondersi in una chiesa, farcisi chiudere la notte, rubare qualche gioiello offerto a una statua della Madonna. La donna si ferma a pregare, come per "premunirsi per quanto poteva"; lui s'addormenta.

    Viene svegliato da sacrestano, parroco, guardie. Evidentemente, la moglie deve aver rubato una collana di lapislazzuli posta dentro una vetrinetta.

    Al commissariato la donna, come invasata, urla che è stata la Madonna stessa a darle la collana; e a tratti grida: "Uomo inginocchiati davanti al miracolo" La portano via forse in infermeria , l'uomo rimane solo col commissario: "voleva sapere da me se mi risultava che mia moglie fosse matta e io gli risposi: "Magari lo fosse davvero"; pensando che i matti non soffrono e le cose le vedono come pare a loro.

    L'evento straordinario, come la pazzia, si situa assolutamente sullo stesso piano della normalità quotidiana. Anche narrativamente: in fine di racconto, il protagonista-narratore acquisisce e propone come naturale che la Madonna sia scesa dall'altare e abbia dato la collana a sua moglie.

    Tutto è innanzitutto nella resa linguistica, che non presenta accentuazioni di sorta - sullo stesso livello: come i modi di vita che tanto strettamente apparentano, in avvio di racconto, l'uomo al lupo. L'uomo, in fondo, è una sorta di termine mediano tra la bestia e la divinità, prossimo all'una e all'altra; né l'una né l'altra realmente lo sconvolgono.

    Lo scorrere del reale sembra fatto apposta per essere raccontato. Le parole eguagliano tutto e, insieme, a tutto danno una sorta di risalto medio.

    Il raccontatore propone se stesso e gli altri e le vicende sue e altrui senza scarti clamorosi. Il reale, si direbbe, è davvero razionale. E primo elemento razionale è la scrittura che organizza la narrazione; e traduce e invera, in termini razionalmente, logicamente, comprensibili, quel reale. Le avevo fatto la corte in tutti i modi: prima rispettosa, galante, insinuante; poi, vedendo che non mi dava retta, avevo provato ad essere più entrante e aggressivo, aspettandola a mezza scala, sul pianerottolo più buio, cercando di baciarla per forza: ci avevo guadagnato qualche spintone e, per finire, uno schiaffo.

    Allora avevo pensato di fare lo sdegnoso, l'offeso, di non salutarla, di voltarmi dall'altra parte quando l'incontravo: peggio, pareva che non fossi mai esistito. Finalmente, mi ero fatto implorante, supplichevole, fino a pregarla con le lagrime agli occhi che mi volesse bene: niente.

    E almeno mi avesse scoraggiato completamente, una volta per tutte. Ma, maligna, proprio quando stavo per mandarla al diavolo, mi ripigliava con una frase, uno sguardo, un gesto. Il protagonista si abbandona al piacere di raccontare, di raccontarsi. Non disdegna certo, in questo caso, quasi di ostentare certe disposizioni della retorica che possono dare maggior forza alla sua 7 autopresentazione.

    Punta al crescendo: la corte è "prima rispettosa, galante, insinuante"; e c'è una climax evidente anche al momento in cui la tattica conquistatoria muta radicalmente: si va, attraverso accorta gradazione, dal "fare lo sdegnoso" al "voltarsi dall'altra parte" Si perviene al patetismo struggente, anch'esso, al suo interno, in crescendo: dall'implorazione alle "lagrime agli occhi" Al massimo della tensione, quasi un capovolgimento, evitato per un soffio.

    E il contrappunto tra i modi elementari e sbrigativi della donna "una frase, uno sguardo, un gesto" e l'ampiamente architettato tentativo di conquista dell'uomo abbassa la tensione retorica anche se in effetti con un ulteriore artificio narrativo , riporta il racconto al livello stilistico medio.

    L'uomo è rapportato a degli oggetti - per giunta abbastanza superflui, puramente ornamentali. Anche in tal senso, un corteggiatore vale l'altro: ancora, a ben guardare, nei modi e nella sostanza del narrato, un porre un po tutto, e tutti, su uno stesso livello.

    Il personaggio che scrive "io" delinea e descrive gli eventi di cui è quasi sempre partecipe e spesso protagonista insieme con rapidità e con minuziosa attenzione per certi particolari. Vi è in taluni casi, per tornare anche alla metafora cinematografica già usata, una sorta di primissimo piano che investe persone e oggetti. E' una tecnica che, per esempio, il narratore assai accortamente impiega in un racconto esso stesso senz'altro "cinematografico", Faccia da mascalzone.

    Il protagonista, si capisce che è stato impiegato alle poste, e che in uno squallido ufficio postale ha conosciuto una Valentina, dolce e orgogliosa, con la "faccia bella", una che pensava sempre al cinema, che leggeva sempre di cinema, andava sempre al cinema, sperava di far cinema. Lui se n'era un po innamorato; ma lei, con lui, non ci voleva uscire: "ci hai una faccia troppo brutta Capita all'ufficio postale un giovanotto che lavora nel cinema, vede Valentina, le dice che stanno cercando una faccia proprio come la sua, la invita a recarsi agli studi cinematografici.

    Lei ci va, e si fa accompagnare dal protagonista. Ma piace, invece, proprio la faccia da mascalzone di lui. E davvero,come le ciliege uno tira l'altro! Tutte storie brevi brevi,narrate in prima persona da personaggi che provengono dal sottoproletariato e dalla piccola borghesia romana,che vivono un po' tutti di espedienti e si arrangiano come possono in modi spesso poco leciti.

    Ma Moravia ce li descrive,fa in modo che essi ci si presentino,sempre con sincerità,coi loro pregi e i loro difetti,senza esprimere Questi bei racconti di Moravia si sono rivelati,per me che non amo i racconti,una bella sorpresa. Ma Moravia ce li descrive,fa in modo che essi ci si presentino,sempre con sincerità,coi loro pregi e i loro difetti,senza esprimere giudizi sui loro comportamenti e lasciando a noi lettori tale compito.

    Et pour cela il faut de la simplicité, de la sincérité, de l'humilité et surtout du courage , celui de se regarder, de s'accepter , celui d'affronter sans honte le regard de l'autre De l'aliénation à l'existence Qu'est-ce donc que vivre? Faire mécaniquement les gestes de la vie, se soumettre sans réfléchir à la routine du travail transforme l'homme en objet , comme cet oncle du héros de La rovina dell' umanità La ruine de l'humanité qui se courbe sur son tour et sa scie , s'use les yeux dans la sciure et dont la mort ne sera rien de plus qu'un tour qui se rompt ou une scie qui perd ses dents, la mort d'un instrument et non celle d'un homme.

    Qui na jamais pris le temps de s'arrêter pour s'interroger sur lui-même se livre à un simulacre de vie, indigne de sa condition d'homme. Suis-je satisfait de ma vie? Prise de conscience qui, dans ces deux magifiques récits, à mon sens les plus beaux du recueil, commence par une fuite, une fuite pour s'arrêter et revenir, mais différent, responsable de ses choix. On y voit les deux héros s'éloigner, prendre du recul ou de l'altitude pour contempler leur vie qui s'écoule comme les flots jaunes et boueux du Tibre, sous un ciel de sirocco bleuâtre, ou un ciel nuageux où perce une lumière aveuglante.

    Délire onirique du dédoublement, dans Scherzi del caldo , où chaque élément prend une signification symbolique, où le héros voit son image renvoyée par une femme miséreuse qui le prend pour un autre répondant au même nom, et se pose enfin la question essentielle : qui suis-je?

    La langue et le style On a souvent reproché aux romans de Moravia un style austère, sobre et sec, ce qui n'est pas le cas dans ces récits.

    Car la ville qu'il veut décrire se rapproche plus de la Rome populaire et dialectale des sonnets de Belli que de la cité aristocratique et européenne de Stendhal.

    Racconti romani, d'Alberto Moravia

    Moravia s'est donc imposé une contrainte d'écriture, celle de recourir au langage parlé par le petit peuple. Moravia use en effet de toutes les ressources offertes par la grande variété des suffixes dans la langue italienne qui permet de démultiplier les nuances et , surtout, il a recours à une pléthore d'adjectifs, n'hésitant pas à en accoler plusieurs de sens équivalent qui par leurs sonorités et leur pittoresque donnent beaucoup de vie aux descriptions et aux portraits.

    On peut rapprocher, à juste titre, les Racconti romani du néo-réalisme italien de l'époque car Moravia y utilise beaucoup de plans larges qui inscrivent les personnages dans leur milieu familial, social, géographique et professionnel et beaucoup de "scènes" sont "tournées" à l'extérieur. Pourtant, paradoxalement, Moravia recourt parfois à des artifices expressionnistes, qui culminent dans les deux plus beaux récits déjà cités.


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